Stefania Nibbi  
Quando ero piccola le uova m’incuriosivano a tal punto da spingermi a rubarle dal vecchio frigorifero della cucina; forse per questa mania mio padre mi soprannominava “gallina” e mia sorella, storpiando il mio nome, mi chiamava “Aia”. Già da allora i polli erano in qualche modo nel mio destino.
Crescendo, cominciai a vedere galline, tacchini e anatre dappertutto. Le riconoscevo dal modo di muovere la testa, dal tono di voce, dall’incapacità di fermare l’attenzione su qualcosa per più di un secondo.
Mi sembrava di cogliere un lieve fremito nelle loro ali, accuratamente nascoste sotto gli abiti, con le quali se ne andavano impunemente a spasso.
Ben presto mi resi conto d’essere anch’io uno di loro: vivevo correndo tutto il giorno cercando di arraffare il più possibile dall’esistenza. Cominciai a riflettere sulla possibilità di volare al di sopra di essa per guardare dall’alto il mio frenetico razzolare e magari provare a coglierne il senso. Forse per questo motivo, dopo quindici anni, decisi di lasciare la pubblicità; il mio vecchio lavoro non faceva che spingere gli altri a “beccare” tutto ciò che attirava l’attenzione e ciò contrastava con il mio desiderio di dare un significato alle scelte, ai gesti, alle parole.
Iniziai a scrivere e scoprii in esso un meraviglioso strumento per comunicare con le mie ali.
Continuo comunque ad andare a passeggio; quando ne avverto la necessità, mi tolgo il soprabito e volo per un po’. Vi assicuro che, quando rimetto le zampe a terra, è tutta un’altra cosa.